I consigli di Hollywood Variety – Blade Runner 2049

Scritto da il 06/10/2017

Come nel resto del mondo, anche ai giornalisti e ai critici italiani Denis Villeneuve ha voluto chiedere di non entrare, nei loro pezzi, nei dettagli della trama del suo Blade Runner 2049. Per non rovinare l’esperienza della visione, dice.
L’ansia dello spoiler è una delle più grandi esagerazioni dei nostri tempi, ma di certo non voglio fare un dispetto al canadese, né a chi legge queste righe, quindi sulla storia di questo film sorvolerò come la cinepresa di Villeneuve sorvola la Los Angeles del suo film, e gli altri territori che va a esplorare.
Anche perché che una sorpresa vera, anche grossa, rispetto a quanto finora noto nella trama, c’è: viene rivelata già nei primi minuti, ed è meno telefonata di altre che poi seguiranno.

Struttura narrativa, e dialoghi, non sono esattamente i punti di forza di Blade Runner 2049, forse l’avrete capito: ma sono anche gli elementi meno interessanti sui quali ragionare di fronte a un film ambizioso, a suo modo complesso, a suo modo affascinante e perfino coraggioso.
Perfettamente supportato da Roger Deakins, Villeneuve fa di questo suo primo, vero blockbuster hollywoodiano un film visivamente ricercatissimo, in alcuni punti rarefatto in maniera quasi sperimentale, con scelte che a più riprese fanno venire in mente certe cose di Nicolas Winding Refn, e con una capacità notevole di alternare senza soluzione di continuità il realismo dei set con la grandiosità senza confine degli effetti speciali. Lasciando spesso ammaliati, a dispetto di quella pulizia un po’ asettica, un po’ algida che non era propria del mondo del Blade Runner che conoscevamo.

Se in questo è evidente il tentativo di espandere, più che di superare, il materiale visivo del film di Scott, un discorso analogo vale anche e ancora di più per le questioni tematiche e filosofiche dei due film. Perché nel film di Villeneuve la trama noir si sovrappone completamente (come un ologramma che si sovrapponga a un corpo fisico) alle domande e agli interrogativi su identità e umanità che stanno al centro del racconto, arrivando a dissolversi completamente in loro.
Ecco quindi perché, più che nella durata forse un po’ eccessiva, o nell’ansia tutta contemporanea di tentare di costruire una mitologia, più che essere semplicemente una storia, Blade Runner 2049 si può definire ambizioso. Perché lo sguardo di Villneuve vuole andare oltre gli orizzonti (da noi) conosciuti, perché guarda verso un futuro e una voglia di progresso, e di progressione, senza la paura di perdersi, che gli fa onore. E che arriva a riecheggiare questioni del nostro presente.

Blade Runner 2049, allora, è figlio di una meravigliosa utopia progressista: quella di poter essere qualcosa di più, di oltre, eppure di uguale.
Blade Runner 2049 è il replicante del Blade Runner di Ridley Scott, più grande, più ampio, più muscolare, più ricco, più espanso, “più umano dell’umano”, e quindi in questo caso più vero del vero. Ma pur sempre un replicante, dolorosamente e orgogliosamente cosciente di questa sua inevitabile natura.

Non si tratta di un confronto che mira a sminuire, ma semplicemente una presa d’atto – che fa implicitamente lo stesso Villeneuve – della natura invariabilmente sintetica di ogni forma di sequel o remake, di quell’aura nostalgica intima ma evanescente che ogni prodotto culturale di oggi che faccia riferimento a uno del passato porta inevitabilmente con sé.
E non solo il film originale, ma anche gli ologrammi di Frank Sinatra, di Marilyn, di Elvis; i fornelli che continuano a usare il gas (la termoconvezione è un’eresia culinaria); il whiskey che è sempre lo stesso, e la tecnologia che non è poi così lontana dalla nostra.

L’intelligenza di Villeneuve sta nell’aver compreso a monte quale fosse il suo ruolo di fronte all’idea di un sequel di Blade Runner, e di aver infuso quell’idea dentro un film tutto connotato – appunto – da repliche, identità, ologrammi, ricostruzioni artificiali, e dall’ipotesi di un miracolo: quello che dall’unione tra originale e replica, da una loro sovrapposizione, possa nascere qualcosa.
Qualcosa che sia e stia dentro lo spettatore: che il calore per quella fusione lì, però, lo deve mettere tutto da solo.


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