Irene Manca, Everything in its Place
Scritto da Davide Macor il 18/12/2025
Un lavoro ardito e sincero, che suona come un coraggioso atto introspettivo
“I’ll plunge my hands deep in the dirt and delve into to find out
whatever it is I’m tripping on and maybe I’ll even understand” canta Irene Manca in Deep in the Dirt, che apre il suo album di esordio “Everything in its place” con l’intento programmatico di scavare alla ricerca dei propri demoni interiori. Otto brani dalla potente resa sonora e dalla fortissima risonanza emotiva, con il collante di una vocalità capace di attraversare territori stilistici differenti con sensibilità e carisma. Facile il paragone, dettato dall’affinità timbrica e dall’impiego della lingua inglese, con la prima Elisa; Irene Manca sembra però avere una personalità definita, capace di intrecciare alternative rock, folk e pop esistenzialista con inflessioni progressive e di vestire con credibilità una narrazione profondamente intima ( si ascolti, in particolare, la ballad acustica Compromise). I Porcupine Tree, gli Evanescence, ma anche influenze del metal norvegese si fanno sentire in un lavoro ardito e sincero, che suona come un coraggioso atto introspettivo, con la pregevole produzione di Simone Carbone.
Particolarmente riuscita, grazie alle ardite evoluzioni vocali di Manca e al guizzo power pop, Just Like Water.
All’album- del quale verranno prodotte, su prenotazione, copie fisiche- hanno collaborato eccellenti musicisti del territorio genovese, quali il batterista Marco Fuliano (Enrico Nigiotti, Cavalli Marci), il pianista jazz Francesco Negri (Nugara Trio, Neri Marcoré), il chitarrista acustico Marco Ferretti (Red Wine), il chitarrista Lorenzo Maresca e la violinista Giada Bassani.
Sorprendente e ricercato anche l’ allegorico artwork dell’album, dalla fotografia di Nicola Dongo alle sovrastrutture pittoriche di Thomas Calcagno.


