La musica ha una grammatica divina, il calcio una logica umana. Intervista a Vincenzo Greco | EFFE RADIO

La musica ha una grammatica divina, il calcio una logica umana. Intervista a Vincenzo Greco

Scritto da il 13/02/2026

E’ disponibile in libreria e in tutti gli store online Pensieri bianconeri. Juventus: DNA di una tifoseria (Ultra Edizioni, collana Sport) di Vincenzo Greco, con prefazioni di Luigi Schiffo e Franco Leonetti.

Un viaggio appassionato e appassionante dentro la juventinità: J-DNA, analisi giuridiche e socio-psicologiche e una emozionante carrellata di ricordi personali e collettivi, alla scoperta di una squadra che è un unicum storico e sportivo.

 

Efferadio ha incontrato Vincenzo Greco, docente LUISS, avvocato e dirigente pubblico – di nascita vibonese, socialmente romano e con il cuore a Pizzo – nonché ideatore e gestore della pagina Facebook Pensieri bianconeri, seguita da tantissimi tifosi juventini per la particolare impostazione che sin dall’inizio ha avuto. Da anni è anche opinionista fisso di Radio Bianconera. Sempre nel mondo del calcio e della comunicazione, ha girato e prodotto il docufilm “E ‘nci ficimu a facci tanta – Una reazione Vibonese”, 2018, ed è stato responsabile degli eventi della Vibonese nel suo periodo più prospero e vincente (dal 2017 al 2019). È anche musicista, autore e artista multimediale: in tale veste ha pubblicato cinque dischi e due videoracconti. Ha pubblicato, per le edizioni Arcana, due libri ad argomento filosofico-musicale.   

 

 

 

Quando è nata la sua passione per il calcio?

 

Da bambino, come tutti. L’età in cui si sogna, ci si immedesima, in cui pare tutto possibile. L’età degli eroi e dei super eroi, dei simboli, delle bandiere, delle sciarpe, dei pupazzetti con la maglia dei colori della tua squadra. 

 

Tanti grandi registi- da Pasolini a Nanni Moretti a Salvatores (da lei citati, peraltro, nel libro)- hanno raccontato il calcio. C’è una scena filmica “calcistica” che le è rimasta particolarmente nel cuore?

 

Mi commuovono le scene in solitaria nei film di Nanni Moretti, in cui lui tira calci a un pallone su un campo da solo. Si ripetono in più film e io vedo in queste scene una sorta di segno di riconoscimento: ci sono, sono sempre io, con le stesse inquietudini e le stesse aspirazioni. Il pallone esercita un fascino così forte che quando lo si vede su un campetto ci si può mettere persino a giocare da soli.   

 

Nel suo libro fa un parallelismo tra il tifoso e il fedele…

 

Si, il tifo ha dinamiche assimilabili a quelle religiose. Dal senso di appartenenza alla ritualità di tutto quello che c’è intorno a una partita. Non a caso si parla di fede calcistica. A pensarci bene, si tifano i colori, che prima ancora di materializzarsi su una maglia o una bandiera, sono una astrazione concettuale, allo stesso modo di come si crede a una divinità ancora prima che dia segni materiali della sua presenza, e persino indipendentemente da questi. 

Il tifo calcistico diventa persino una necessità, proprio come spesso lo è la religione: l’etimologia della parola ci dice molto di questo legarsi a qualcosa, e legarsi ai colori di una squadra è come legarsi a una religione.

 

Cosa ha significato e cosa significa per lei la Vibonese?

 

La Vibonese è la prima squadra che ho visto giocare dal vivo. Ero appena bambino e mia madre mi accompagnava ogni tanto a vedere le partite della squadra della mia città di nascita (sono nato a Vibo Valentia e lì ho vissuto per i miei primi dieci anni di vita).

Insomma, i sogni sono cominciati lì. 

Poi, a proposito di sogni realizzati, da adulto, nel 2017, ho deciso di seguire un suo campionato, quello della riscossa dopo una forte ingiustizia subita dalla Figc e dalla Lega pro guidata in quel momento, guarda caso, da Gravina, il peggior dirigente calcistico mai avuto, uno che ha affossato forse definitivamente il calcio italiano. Quel campionato lo abbiamo vinto in un drammatico spareggio ai rigori. Io seguii la stagione con la mia videocamera fino a ricavarne un docufilm che ha emozionato e commosso tutti i tifosi. Poi rimasi per qualche tempo a organizzare eventi e a cercare di mantenere vivo l’entusiasmo, ma i primi a non averlo erano proprio i dirigenti, oltre che la proprietà, e infatti quello che è successo dopo – la Vibonese praticamente sta fallendo perché non ha più persone disposta a investire e a guidare un progetto serio – conferma che a Vibo Valentia, per una serie di ragioni che non sto qui ad elencare, è difficilissimo costruire qualcosa di serio a livello calcistico.  

Di quel periodo mi porto dietro qualche bellissima amicizia, ricordi incancellabili e la sensazione di avere filmato la gioia, mia e degli altri, il giorno dello spareggio vinto sul terreno del Granillo di Reggio Calabria. 

 

Perché lei tifa la Juventus?

 

È semplicissimo: quando ero bambino mio zio mi regalò una maglietta bianconera dietro la quale mia nonna, probabilmente su indicazione di mio zio, cucì un enorme due, che all’epoca era il numero dei difensori, in particolare di Antonello Cuccureddu. Chissà perché proprio il due, un numero che non esercita un particolare fascino. Diciamo che, per come è stata la mia vita, ora ci vedo una ragione: un numero non scontato come può esserlo il solito 10 o il 9, indicativo di un percorso in diagonale, sempre in minoranza, sempre dalla parte dei più deboli. Anche se la Juve è stata quasi sempre la più forte, ma è molto esposta a un odio becero e ad attacchi da parte delle istituzioni calcistiche senza precedenza con tentativi di annientarla che hanno dello scandaloso. 

 

Perché, più in generale, si tifa Juventus?

 

Lo scrivo nel secondo capitolo del libro. Si tifa Juve per lo stesso motivo per cui si tifano altre squadre, per una ragione di identità, che è contemporaneamente di tipo individuale, familiare e collettivo. Poi, la Juventus ha una sua specificità che è quella di essere una società vincente, solida, duratura, basata sulla cultura della costruzione e della sfida verso futuro. La Juve è qualcosa di contemporaneamente antico e futuro, sin dal nome è giovane ma ha un passato che fa invidia a tutti, soprattutto a quelli che nel passato della Juve vedono solo ruberie, che conviene considerare tali per non ammettere sconfitte cocenti. 

 

Nel libro parla di troppa arrendevolezza nella comunicazione della Juve, soprattutto in risposta agli “odiatori”…

 

Si, è un punctum dolens che spero il mio libro, che costituisce un forte richiamo alla juventinità, possa fare esplodere. I tifosi sono stanchi e delusi da una società che non si difende mai, non solo nelle aule giudiziarie: lo schifo avvenuto nel 2006, in cui chi si comportava peggio di tutti non solo non è stato toccato dalla giustizia ma addirittura è stato premiato con scudetti meno credibili e solidi di un cartone bagnato è sotto gli occhi di tutti, e la stessa cosa è avvenuta qualche anno fa con la storia delle plusvalenze, non vietate e che comunque facevano tutti, ma ad essere colpita è stata solo la Juve come vendetta contro Andrea Agnelli che, con il lancio della Superlega, ha  cercato di levare alla molto poco trasparente Uefa il monopolio dell’organizzazione dei tornei calcistici europei.

La Juve non si difende neppure sul piano mediatico: è continuamente attaccata, spesso con diffamazioni becere che giustificherebbero querele dalla sicura vittoria giudiziaria. Ma nessuno fa nulla. È continuamente sfavorita da arbitraggi scandalosi, con una impressionante serie di decisioni contrarie ad ogni senso di dignità: si vedono arbitri e varisti continuamente impegnati a cercare il pelo nell’uovo per togliere alla Juve ciò che ha guadagnato. E se pure il pelo non si trova, lo si inventa. 

In tutto questo, mai nessun dirigente che abbia levato una voce. 

Bisognerebbe impostare, inoltre, una campagna comunicativa che possa prendere in giro tutti gli haters della Juve, mettere in risalto le loro ossessioni e le loro frustrazioni, così da far capire quanto siano ridicoli e miseri. Cosa che riguarda, purtroppo, anche certi giornalisti, che non onorano affatto la loro professione, esercitando, più che altro, quella dei professionisti dell’anti-Juve.  

 

È più forte il suo amore per il calcio o quello per la musica?

 

Io ho due componenti molto forti che si dividono il campo della mia personalità: una filosofico-spirituale, che guarda in alto, attratta dall’invisibile e dalla metafisica, l’altra terrena, che guarda alle cose concrete e visibili. Con la musica affronto soprattutto la parte spirituale, ma a volte anche quella terrena, come dimostrerà il mio prossimo disco Tempi moderni che è molto legato al tempo che viviamo, costituendone una critica feroci e a tratti disperata; il calcio mi fa restare legato invece alla materialità delle cose, anche se per quello che ti ho detto prima vedo una componente metafisica e concettuale anche nel calcio.  

Detto questo, non so risponderti: entrambi mi fanno toccare stati di gioia, con la differenza che il calcio raggiunge picchi alti ma meno duraturi, mentre la musica mi fa stare in una gioia quasi perenne, anche se meno esplosiva. La musica ha una grammatica divina, il calcio una logica umana, e quindi puoi capire cosa sceglierei, se proprio fossi costretto a scegliere.


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