Evocante racconta il suo Tempi moderni
Scritto da Davide Macor il 04/06/2026
Evocante, con l’ultimo, in ordine di tempo, atto della sua produzione musicale, Tempi Moderni, si conferma maestro di un topical songwriting che intreccia electro-rock e strumentazione classica.
In esclusiva per Effe Radio porta l’ascoltatore nel cuore di Tempi Moderni, con un focus sulle diverse tracce.
L’album, uscito su tutte le piattaforme digitali, per Dialettica Label/Tunecore, è distribuito su cd da La Stanza Nascosta Records del musicista e produttore Salvatore Papotto, che ha suonato il basso nella quasi totalità dei brani.
Il lavoro è stato presentato dal vivo il 23 aprile, ore 21.30, sul palco de L’Asino che vola (Via Antonio Coppi 12/d, Roma).
In questa occasione Evocante (voce, synth, theremin, chitarra elettrica, basso) è stato affiancato da Barbara Vanorio al basso, Roberto Leone alle chitarre, Tommaso Avellino alla batteria.
Nel corso della serata è intervenuto anche Stefano Pio, figlio di Giusto Pio, noto per la lunga collaborazione con Franco Battiato.
Hey tu
Non è la cover di Hey you dei Pink Floyd, ma solo un avvertimento a chi si appresta ad ascoltare il disco che si sta parlando di noi. “Sto parlando proprio con te, sto parlando proprio di te”. Ormai la musica viene ascoltata con estrema disattenzione, e allora io cerco di catturare l’attenzione dell’ascoltatore proprio con questo riferimento diretto. Se ci fosse stata la possibilità, avrei messo invece di un “tu” il nome di chi ascolta.
Non c’è più tempo
E’ una delle frasi più ricorrenti nelle nostre vite: non ho tempo. Eppure l’informatica avrebbe dovuto rendercele più comode, addirittura sostituendoci in alcune attività. MA noi andiamo comunque sempre di corsa, fino a non sapere neppure perché. Il brano è arrembante proprio a dare questa sensazione di ansietà e corsa perenne.
Aria di formalità
Scrissi questo brano all’inizio degli anni ’90 e riproporlo ora, senza cambiare neppure una virgola, fa prevalere il dispiacere di cittadino alla vanagloria artistica di avere predetto ciò che sarebbe successo: non è cambiato nulla in meglio. Anzi. E’ il brano che in concerto mi esalta mi fa sempre saltare sul palco, nonostante i dolori alla schiena.
C’è un riferimento diretto all’”aria fascista di libertà”. A quel tempo, pensavo alla Casa delle libertà così piena di ex, post e neo fascisti travestiti da liberali. Ora invece stanno uscendo fuori in tutta la loro natura, senza bisogno di mascherarsi dietro qualcuno, tanto che c’é chi addirittura si vanta di possedere busti di Mussolini, in una triste e squallida rimozione della storia.
Scarpette rosse
Vittime e carnefici
Ricorsi criminali
Alza il livello
Questi quattro brani, benché separati, sono da intendere e da ascoltare come un’unica suite. L’aria si fa sempre più cupa e tesa mentre rifletto sui ricorsi storici e sulla sempre più forte somiglianza di questi anni con quelli che hanno immediatamente preceduto lo scoppio della Seconda guerra mondiale.
In questi anni, proprio come in quel periodo, vedo le forze diaboliche avanzare con una violenza che pare inarrestabile. Le vittime di ieri, quegli ebrei il cui genocidio è richiamato in Scarpette rosse, ora stanno diventando carnefici (non tutti, certo, ma il governo israeliano eletto e con la complicità degli occidentali). E si sta alzando il livello dello scontro, in un panorama dove la democrazia è una scatola vuota e l’arroganza del potere è sempre più sfacciata. Lo dimostra la sfacciataggine con cui hanno cercato e tuttora cercano di annientare l’umanità quei dittatori nazifascisti vecchi e nuovi richiamati in Ricorsi criminali, brano dove affronto direttamente il diabolico in corso, definendolo criminale.
Irrilevante
Il clima musicale si acquieta, anche se solo apparentemente. Su una strana combinazione di suoni etnici e musica da requiem, rifletto sul fatto che nessuna giustificazione vale l’orrore della morte procurata dalle bombe.
“Se vedo un uomo che muore, io vedo un uomo che muore. Che cosa vedi tu?” Questa domanda finale mi è stata suggerita da alcuni colloqui che ho fatto con chi tendeva a negare il genocidio: frasi come “ma si ammazzano da 40 anni” o come “sono affari loro, si ammazzassero tra loro” mi hanno fatto capire che per qualcuno la morte non è coda su cui riflettere e che avrà pure gli occhi per vedere ma in realtà ha il cuore accecato.
Conviene
Con questa cover dei CCCP Fedeli alla linea inizia il trittico di cover, che metto una dopo l’altra come ho fatto nel precedente disco. Riprende il discorso su come a tanti piaccia farsi prendere in giro dalle falsità del consumismo. La musica è rock, ci sono persino i fiati, è un brano molto divertente da suonare e ascoltare. Che a questo punto del disco ci voleva
La domenica delle salme
Questo brano di Fabrizio De André, con la musica di Mauro Pagani, è una sorta di riassunto di tutto quello che è successo in Italia dagli anni 70 in poi. Brano descrittivo ma anche profetico, e ad alta intensità poetica, che io ho cercato di rendere in chiave post-rock impostandolo come una cavalcata e giocando sulle strofe: per ognuna, una diversa sonorità, quasi un diverso arrangiamento.
Gente in progresso
Brano semi-sconosciuto di Franco Battiato, scritto insieme a Giusto Pio. Mi è sempre piaciuto. La versione originale è puramente elettronica. Io qui l’ho reso con un quartetto d’archi, alternato a un ritmo geghegè anni ’60 e ad esplosioni ritmiche dei sinth. Un arrangiamento così folle avrebbe molto divertito i suoi autori.
In qualche modo, qui è il gemello di Non c’è più tempo: a cosa ci porta questo consumismo? A lavorare un anno intero “per avere un mese all’anno di ferie”?
Troppo poco
Riprende la tensione musicale con un brano dove ricordo la storia di un quattordicenne malese partito su un barcone con la pagella dei voti cucita nella tasca interna dei pantaloni e morto affogato in mare.
Un pezzo che spero sia un pugno nello stomaco di quanti vedono negli immigrati sempre e comunque un pericolo (non nego che vi siano tra loro anche molti delinquenti, ma non si può affrontare così il problema) e, mentre si indignano “per un rigore non visto dal Var”, si voltano dall’altra parte davanti queste tragedie umane.
Il finale del pezzo è sempre più ritmato, alzandosi i volumi e la disperazione, in una sorta di preghiera laica urlata e rabbiosa per tutti quelli che subiscono ingiustizie e quelli che cercano di metterli in riparo nell’indifferenza di certi governanti e di certi loro elettori.
Persongente
Il populismo è uno dei mali continui che affligge le popolazioni: credo sia addirittura l’anticamera delle dittature. I dittatori si rivolgono al popolo ingraziandoselo con promesse vacue e irrealizzabili e con la promessa di una facile felicità in quanto a tutti i problemi ci penseranno loro.
“Odio la gente ed amo le persone” è lo slogan del brano. La gente è un ammasso informe e irreale, una invenzione a cui si fa dire e pensare quel che conviene al potente di turno. Le persone sono invece la realtà, ognuno con la sua storia, la sua specificità, il suo pensiero.
Pasolini alla fine interviene chiarendo ancora di più come la civiltà dei consumi abbia causato una forte omologazione e una triste distruzione delle particolarità, riuscendo in questo più di quanto avesse fatto il fascismo. Ora io sono molto inquieto perché vedo unirsi le logiche fasciste con il capitalismo consumista, togliendo aria alla democrazia e alla libertà. Basti vedere il livore con cui certi governanti parlano di chi non la pensa come loro.
Resistenza
Il disco inizialmente doveva chiudersi con Persongente e la voce di Pasolini che rimane sospesa dicendo “è stato come un incubo”. Una chiusura spettrale.
Poi per fortuna ho scritto Resistenza sull’onda emotiva delle manifestazioni contro il genocidio dei palestinesi in cui vedere piazze piene di giovani mi ha rincuorato.
In questo brano, dal contenuto forte, c’è tutto quello che penso dei politici e di certi modi italiani di inginocchiarsi davanti ai soprusi del potere, sperando di passare dalla parte dei potenti.
Se invece riconoscessimo la loro natura di persone abiette e squallide forse saremmo più bravi nel non voler somigliare a loro e, anzi, voler sbarazzarci di loro.
Il brano ha una chiusura diversa dal singolo che ho pubblicato, con una ritmica e interventi elettrici che lo fanno salire di intensità.


