Coronavirus in Fvg: crisi da 2,2 miliardi di euro nel terziario | EFFE RADIO

Coronavirus in Fvg: crisi da 2,2 miliardi di euro nel terziario

Scritto da il 06/05/2020

In un Friuli Venezia Giulia in cui si contano oltre 77mila imprese extra agricole, di cui il 66% appartenenti a commercio, turismo e servizi, la crisi economica da coronavirus e del conseguente “lockdown” mette a rischio il 9% del valore aggiunto del terziario per il 2020, vale a dire 2 miliardi e 200 milioni di euro. Sono a rischio in regione circa 23mila posti di lavoro nel comparto e potrebbero andare in fumo tra le 6mila e le 9 mila imprese del commercio, della ristorazione, della ricezione turistica, dei servizi alle imprese, dei servizi alla persona, della logistica. La stima è di Confcommercio Fvg sulla base dell’indagine curata da Format Research.

I commenti

«Sono numeri impressionanti – commenta il presidente regionale Giovanni Da Pozzo –. Per poterli evitare è necessario intervenire immediatamente sui fronti della liquidità e della pressione fiscale. Servono finanziamenti a fondo perduto e una sospensione della tassazione locale, una strada su cui si sta muovendo la Regione, ma che vede invece il governo procedere troppo lentamente. Fondamentale inoltre anticipare – sottolinea Da Pozzo con i presidenti di Confcommercio Gorizia Gianluca Madriz, di Confcommercio Pordenone Alberto Marchiori e di Confcommercio Trieste Antonio Paoletti –, naturalmente in sicurezza, le riaperture previste nella fase 2: ogni giorno che passa significa l’aggravarsi della crisi per numerose imprese con ricavi congelati da quasi due mesi».

«Il grido d’allarme di queste ultime settimane trova ora conferma nelle stime dell’Osservatorio di Confcommercio – dichiara l’assessore regionale alle Attività produttive Sergio Bini –. La Regione è intervenuta da subito con un ddl specifico di provvedimenti per contenere i danni dell’emergenza e con vari altri provvedimenti mirati a tutelare impresa e occupazione. Con la nuova misura in fase di preparazione facciamo un ulteriore sforzo verso quelle categorie che nel nostro tessuto economico stanno patendo le maggiori conseguenze della crisi».

Crollo di fiducia

Nell’illustrare l’indagine con focus il Covid-19, il direttore scientifico di Format Research Pierluigi Ascani evidenzia come l’emergenza in atto abbia provocato in Fvg «un crollo di fiducia verticale nell’andamento dell’economia in generale da parte degli operatori del terziario (peggiorato per il 90% circa) e nell’andamento della propria attività economica (peggiorato per l’80% delle imprese). L’unico settore di attività economica che continua a reggere è quello della distribuzione al dettaglio alimentare, mentre tutti gli altri settori fanno registrare risultati così negativi da risultare “fuori scala”».
A giugno il “picco” della crisi economica

La capacità di produrre ricavi delle imprese del turismo (alberghi, bar e ristoranti), da sempre più performanti rispetto alle altre imprese della regione, è stata di fatto azzerata. La crisi economica delle imprese del commercio, del turismo e dei servizi del Fvg, informa Confcommercio regionale, si articola lungo quattro direttrici principali: crollo dei ricavi (denunciato dall’80% delle imprese), crollo della liquidità (il 66% fa registrare un peggioramento della capacità di fare fronte al proprio fabbisogno finanziario), prospettive incerte sul fronte dell’occupazione, riduzione del numero complessivo delle imprese del terziario in regione: migliaia di imprese chiuderanno senza più riaprire. Il “picco” della crisi è previsto a giugno, nel corso del quale gli operatori del terziario si attendono contemporaneamente il periodo peggiore per il 2020 in termini di andamento dell’impresa, il periodo peggiore dell’anno per quanto concerne la liquidità, l’insorgere della crisi sul fronte occupazionale. 

Il secondo semestre

Dopo giugno il nodo del peggioramento in combinato disposto dei principali indicatori economici dovrebbe cominciare lentamente a sciogliersi: l’andamento delle imprese migliorerà leggermente nel corso dei mesi estivi, la capacità delle imprese del terziario Fvg di fare fronte al proprio fabbisogno finanziario migliorerà soltanto verso la fine dell’anno. La dimensione più grave rischia di rivelarsi quella dell’occupazione che comincerà ad entrare in crisi proprio nel corso della metà del 2020 e senza alcun segno di inversione di tendenza nel proseguo dell’anno. Non stupisce quindi l’impennata delle domande di credito nei primi mesi del 2020 (41% contro il precedente 27%), chiara attestazione dell’impellente necessità di ossigeno per gli operatori del territorio. A fronte dell’ingente numero di richieste, è raddoppiata la quota di imprese ancora in attesa di un feedback. 

Il fattore tempo è la discriminante decisiva per permettere alle imprese di rimanere a galla. Gli operatori del territorio si aspettano uno snellimento dell’iter di richiesta del credito.
In ultimo alcuni dati che in qualche modo possono restituire la cifra della crisi economica in atto: alla fine del 2019 le imprese del terziario erano oltre 51.000, alla fine del 2020 potrebbero essere meno di 45.000, e gli occupati da 220.000 saranno 197.000. 

Come cambia il servizio

Il contesto di crisi ha inoltre spinto le imprese a rivedere profondamente le tradizionali modalità di erogazione del servizio. In questo senso, gli operatori che hanno deciso e potuto continuare la propria attività, hanno visto innescarsi automaticamente dei meccanismi in grado di accelerare il processo di evoluzione dei propri modelli di business, sicuramente già in atto prima, ma ad una velocità ben più moderata.

È infatti aumentata del +214% la quota di imprese del terziario che hanno attivato un canale di consegna a domicilio (sono oggi il 22% contro il 7% che si registrava nel periodo precedente la crisi) e del +140% la percentuale di operatori che hanno attivato la soluzione dell’e.commerce (sono oggi il 36% contro il precedente 15%).


INDAGINE FORMAT RESEARCH

FIDUCIA E CONGIUNTURA

La crisi sanitaria dovuta all’esplosione della pandemia da COVID-19 ha provocato un crollo senza precedenti della fiducia presso le imprese del terziario del Friuli Venezia Giulia, estremamente preoccupate per le sorti dell’economia italiana. Gli operatori del territorio mostrano evidenti segni di sconforto anche per l’andamento della propria attività. Nei primi mesi del 2020 l’indicatore congiunturale, restituito dalla somma tra coloro che hanno indicato un miglioramento della situazione e la metà di coloro che hanno indicato una condizione di invarianza, è risultato pari a 11, perdendo oltre 30 punti rispetto alla fine del 2019 (era pari a 42,2). Si tratta del valore più basso mai registrato da quando sono in linea le serie storiche dell’osservatorio. La crisi sanitaria sta velocemente assumendo le fattezze tipiche di una crisi economica, ben più profonda rispetto a quelle vissute recentemente nel 2008 (crisi subprime) e nel 2011 (crisi del debito sovrano). Il rischio concreto che si sta correndo interessa di fatto la tenuta economica (oltre che sociale) di tutta la regione. Per dare una dimensione reale al fenomeno, è bene sottolineare come alcuni degli equilibri “storici” dell’economia del territorio siano stati letteralmente stravolti nel giro di poche settimane. Il settore del turismo, fiore all’occhiello della regione negli ultimi anni, pur non essendo coinvolto direttamente dalle disposizioni di chiusura ha visto praticamente annullate tutte le prenotazioni per i prossimi mesi, costringendo gli operatori ad auto-sospendere l’attività. Si tratta del comparto che ha fatto registrare il crollo più evidente nell’ambito del tessuto produttivo, passando da vero e proprio traino dell’economia del territorio (decisivo anche per tutto l’indotto e le filiere attorno ad esso) ad una situazione di quasi totale immobilismo, con la nefasta prospettiva di un’estate a scartamento ridotto come mai vissuta nella storia recente.

Allo stesso modo, le imprese della ristorazione (pubblici esercizi, ristoranti), quelle dei servizi alla persona (parrucchieri, estetisti), quelle del commercio al dettaglio non alimentare (es. negozi di abbigliamento), hanno visto quasi del tutto azzerato il proprio volume di affari nei mesi di marzo e aprile a causa della condizione di “attività non essenziale” che ne ha causato la temporanea sospensione dell’attività. 

Per questi comparti è lecito parlare di vero e proprio allarme, anche per le difficoltà ravvisate da gran parte degli operatori in termini di capacità di rispettare le scadenze in calendario onorando affitto dei locali e buste paga dei collaboratori (con conseguente enorme danno all’economia del territorio). 

Discorso a parte per le imprese del commercio al dettaglio alimentare, che proprio in virtù della peculiare essenzialità del lavoro svolto hanno indirettamente rappresentato una delle poche motivazioni rimaste ai cittadini per poter interrompere momentaneamente la quarantena obbligata. Di fatto, il settore ha “beneficiato” del contesto di crisi, anche a causa della corsa all’acquisto che ha caratterizzato i comportamenti dei consumatori specialmente nella prima fase dell’emergenza.

Il crollo del clima di fiducia è correlato al livello dei ricavi da profondo rosso (-27 punti l’indicatore congiunturale), anche a causa dell’azzeramento dei fatturati nei mesi di marzo e aprile presso alcuni comparti del tessuto produttivo. La previsione per il secondo trimestre dell’anno non lascia sperare in una vera inversione di tendenza.

Si confermano gli scompensi tra i vari comparti nei quali operano le imprese. Positiva (più del solito) la situazione presso le imprese del commercio al dettaglio alimentare, mentre assai problematica quella del commercio al dettaglio non alimentare, con gli operatori del settore che fanno registrare un crollo in termini di ricavi riconducibile in gran parte alla oggettiva impossibilità di smaltire le scorte in magazzino (es. problemi di stoccaggio presso i negozi di abbigliamento, subissati di merce invenduta). Allo stesso modo, pubblici esercizi e ristoranti patiscono l’immediato lockdown (sono stati tra i primi a dover abbassare le saracinesche) e saranno anche gli ultimi a riaprire, azzerando di fatto i ricavi nei mesi di marzo e aprile (fatto salvo il ricorso a forme diverse di erogazione del servizio, in grado di tamponare l’emorragia solo in minima parte). Il turismo è letteralmente a picco: la clientela turistica ha annullato le prenotazioni (in alcuni casi fino al 90%), vanificando il buon andamento della stagione estiva e della prima parte di quella invernale. In grande difficoltà anche gli operatori dei servizi alla persona, con un outlook nel breve periodo che non fa ben sperare anche alla luce del prolungamento del periodo di sospensione dell’attività. Parrucchieri, estetisti, centri di massaggio, risultano, tra gli altri, tra i settori più esposti al rischio perché difficilmente in grado di rispettare le regole di distanziamento sociale. In questo senso, anche quando sarà possibile riprendere l’attività, è lecito immaginare un ridimensionamento strutturale dei ricavi causato dalle nuove regolamentazioni in fatto di flussi scaglionati dei clienti all’interno dei locali. Grave, anche se meno preoccupante, la situazione per le imprese della logistica e dei servizi alle imprese, con le prime che hanno continuato a lavorare (spesso anche a supporto della filiera alimentare) ma scontano indirettamente le difficoltà delle imprese clienti (su tutte, quelle legate ai ritardi nei tempi di pagamento) e le seconde che sono legate alle effettive chance di sopravvivenza sul mercato delle imprese a cui sono solite destinare i propri servizi.

La crisi si evidenzia in modo nitido nell’inversione del trend dell’indicatore relativo ai tempi di pagamento dei clienti, che perde circa 23 punti nei primi mesi del 2020 e in forte peggioramento da qui a giugno. Allo stesso modo, il quadro sfavorevole è certificato dalla situazione critica in fatto di liquidità da parte delle imprese del terziario del Friuli Venezia Giulia, che si mostrano ancor più preoccupate per i prossimi mesi (scenario in peggioramento). L’indicatore tocca il minimo storico: era 61,5 a dicembre 2019, è 19,0 ad aprile 2020, sarà addirittura 10,0 a giugno 2020.  Il livello di allarme è massimo per tutti quegli operatori che si ritroveranno a dover onorare scadenze quali affitto locali e impegni con il fisco pur non avendo potuto proseguire la propria attività perché costretti a chiudere (bar, ristoranti, negozi di abbigliamento, alberghi). Dal punto di vista della liquidità, la crisi rischia infatti di espandere i suoi effetti per un periodo più dilatato nel tempo: il 32% delle imprese del terziario teme che il peggio possa arrivare nel periodo maggio-giugno. La crisi economica è dunque destinata ad accentuarsi nei prossimi mesi. Le misure di solidarietà adottate dal Governo centrale hanno momentaneamente tamponato l’impatto della crisi sul fronte occupazionale, ma la situazione rischia di peggiorare fortemente nei prossimi mesi: il 36% delle imprese del terziario del Friuli Venezia Giulia continuerà a ricorrere alla CIG, ma il 40% si sta rassegnando all’idea di dover procedere ad un taglio del personale. Difatti, gli effetti delle misure fin qui adottate (che pure hanno ridotto il monte ore lavorato), tenderanno a svanire nel breve periodo, risentendo del mancato rinnovo di una parte dei contratti a termine in scadenza. Non a caso, l’84% delle imprese del terziario del Friuli Venezia Giulia prevede il massimo impatto negativo della crisi sull’occupazione dopo il mese di aprile e per tutta la seconda metà dell’anno.

Il combinato disposto tra la crisi di produttività delle imprese (molte delle quali costrette al lockdown), la crisi di liquidità successiva alla fase di interruzione, le difficoltà del quadro occupazionale una volta terminati gli effetti delle misure di contenimento adottate dal Governo centrale, colloca nel mese di giugno 2020 il probabile picco della crisi per le imprese del terziario del Friuli Venezia Giulia.

Ad oggi, tre imprenditori su cinque si aspettano tempi ancor più duri di quelli già vissuti in questi primi mesi dell’anno, temendo una crisi di liquidità che seguirà il periodo di lockdown. La maggior parte delle imprese dispone di liquidità sufficiente per sostenere le spese fino a giugno. Successivamente, in mancanza di aiuti concreti, saranno costrette a chiudere.

STIMA DELL’IMPATTO DELLA CRISI

In Friuli Venezia Giulia oggi esistono oltre 77 mila imprese extra agricole, di cui il 66% sono imprese del terziario (commercio, turismo, servizi). A seguito dell’esplosione dei contagi da COVID-19, il Governo centrale ha imposto un lockdown che ha interessato larga parte del tessuto produttivo, colpendo in maniera decisa proprio il comparto del terziario. La sospensione delle attività ha comportato la paralisi del tessuto produttivo della regione: per il 2020 è a rischio il 9% del valore aggiunto complessivo del terziario, sono in bilico circa 23 mila posti di lavoro nel comparto e potrebbero andare in fumo tra le 6 mila e le 9 mila imprese del commercio, della ristorazione, della ricezione turistica, dei servizi alle imprese, dei servizi alla persona, della logistica.

Lo scenario avverso frena inevitabilmente i programmi di crescita delle imprese del terziario del Friuli Venezia Giulia: tra quelle che erano intenzionate ad effettuare investimenti nei prossimi due anni, il 43% sarà costretto a rinunciarvi a causa della crisi in atto.

IMPATTO SUI MODELLI ORGANIZZATIVI DELLE IMPRESE

Il contesto di crisi ha inoltre spinto le imprese a rivedere profondamente le tradizionali modalità di erogazione del servizio. In questo senso, gli operatori che hanno deciso e potuto continuare la propria attività, hanno visto innescarsi automaticamente dei meccanismi in grado di accelerare il processo di evoluzione dei propri modelli di business, sicuramente già in atto prima ma ad una velocità ben più moderata.

È infatti aumentata del +214% la quota di imprese del terziario che hanno attivato un canale di consegna a domicilio (sono oggi il 22% contro il 7% che si registrava nel periodo precedente la crisi) e del +140% la percentuale di operatori che hanno attivato la soluzione dell’e.commerce (sono oggi il 36% contro il precedente 15%).

Il ricorso all’e.commerce e all’attivazione di canali di consegna a domicilio è risultato diffuso in particolare presso le imprese del commercio e della ristorazione, mitigando però solo in minima parte gli effetti devastanti del lockdown. Gran parte delle imprese che durante l’emergenza hanno sperimentato modalità di erogazione del servizio mai provate prima continueranno a confermarle a crisi finita, certificando una svolta nel proprio modello di business

DOMANDA E OFFERTA DI CREDITO

Nei primi mesi del 2020 si registra un’impennata delle domande di credito da parte delle imprese del terziario del Friuli Venezia Giulia (41% contro il precedente 27%). L’evidenza è comune a tutti i territori della regione: aumenta di 16 punti percentuali a Pordenone, 14 punti a Udine, 13 punti a Trieste, 12 punti a Gorizia.

Il dato, destinato ad aumentare ulteriormente nel corso dei prossimi mesi, è legato alla mole di richieste formalizzate alle banche nel mese di aprile a seguito dell’introduzione del “Decreto Liquidità”. Si tratta della chiara certificazione dell’impellente necessità delle imprese del territorio di disporre immediatamente di liquidità, in coerenza con i timori già descritti in precedenza secondo i quali la crisi sanitaria stia per lasciare spazio alla crisi economica in un futuro molto prossimo. A fronte dell’ingente numero di richieste, sono aumentate le risposte positive da parte delle banche (il 50,1% ha ottenuto il credito con ammontare pari o superiore alla richiesta, contro il 48% del trimestre precedente), ma è praticamente raddoppiata la quota di imprese ancora in attesa di un feedback (38,2% contro il precedente 19%, dato estremamente elevato a causa dell’accodamento delle pratiche in lavorazione negli uffici bancari, anch’essi gravati dal peso di un organico momentaneamente a ranghi ridotti).

Proprio l’introduzione del «Decreto Liquidità» sposta l’attenzione dagli aspetti relativi al costo del credito (che è giudicato in miglioramento) alle tempistiche di erogazione (determinanti per la tenuta del tessuto imprenditoriale). Il fattore tempo rischia infatti di essere la discriminante decisiva per permettere alle imprese di rimanere a galla. Si tratta di un’evidenza valida per quelle più grandi (che non possono godere della garanzia pubblica al 100%) e per quelle più piccole, sia per il proprio sostentamento sia in una logica di filiera (nel contesto critico in cui ci si trova, se scompaiono gli operatori più piccoli è a rischio anche la sopravvivenza della filiera stessa). Allo stesso modo, il costo dell’istruttoria non sembra rappresentare un ostacolo: anche in questo caso sono i tempi con i quali la praticata viene sbrigata a risultare decisivi. In questo senso, le imprese del terziario del Friuli Venezia Giulia si aspettano uno snellimento dell’iter di richiesta del credito, che così com’è stato strutturato rischia di continuare a patire la zavorra del combinato disposto tra cavilli burocratici tipici della pubblica amministrazione e procedure bancarie (in molti casi è comunque necessaria un’istruttoria della banca, ossia una valutazione del merito creditizio che tenga conto della situazione finanziaria del periodo precedente la crisi).

QUADRO SINTETICO DEGLI INDICATORI CONGIUNTURALI

FIDUCIA ANDAMENTO ECONOMIA ITALIANAFIDUCIA ANDAMENTO PROPRIA ATTIVITÀ
RICAVIOCCUPAZIONE
PREZZI PRATICATI DAI FORNITORITEMPI DI PAGAMENTO DEI CLIENTI
FABBISOGNO FINANZIARIODOMANDA DI CREDITO

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Nota metodologica – L’Osservatorio sull’andamento delle imprese del terziario del Friuli Venezia Giulia è basato su un’indagine continuativa a cadenza trimestrale effettuata su un campione statisticamente rappresentativo dell’universo delle imprese del commercio, del turismo e dei servizi della regione e delle quattro province (1.536 interviste in totale). Margine di fiducia: +2,6%. L’indagine è stata effettuata dall’Istituto di ricerca Format Research, tramite interviste telefoniche (sistema Cati), nel periodo 6-17 aprile 2020. www.agcom.it www.formatresearch.com


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